mercoledì 24 agosto 2016

Nati per leggere...libri belli

Born to be...

Born to read.

In questi giorni si stanno mettendo insieme tante cose che si compongono scompostamente così, in questa fine di agosto, vi propongo qualche riflessione non organizzata a tema: "nati per leggere".

Come forse saprete Teste fiorite aderisce al progetto Nati per leggere promuovendo la lettura nella fascia 0-6 nonché andando una vota al mese nei gruppi mamme ad incontrare le neomamme e i loro cuccioli. E' un progetto in cui credo moltissimo e che per questo mi sento di portare strenuamente avanti nonostante, devo dire, con dispiacere ma mi pare corretto ammetterlo, all'ulss12 veneziana per cui svolgo la maggior parte degli incontri volontari e gratuiti non pare interessare la cosa.
Io continuo ad incontrare le mamme, ogni mese mese e mezzo come posso, perché penso che sia importante!

Sapete perché?



Perché NON siamo nati per leggere ed è per questo che ci vuole cura e dedizione per apprendere una forma di piacere che non è innata, almeno non nella forma più immediata del termine.

La lettura, ci dicono gli studiosi, non sembra rientrare tra i bisogno primari dei bambini (fame, sete, sonno ecc.) ma rientra in quelli secondari ovvero in quei bisogni la cui mancanza non è percepita razionalmente ed espressa attraverso il pianto ma che a lungo andare impoverisce la vita emotiva e cognitiva della persona, piccola o grande che sia. Se un bambino ha fame piange, se ha bisogno di una storia, di ascoltare parole, non ha modi diretti per dirvelo almeno finché non glieli forniamo noi dando per primi prova di racconto e lettura.
Come dire la narrazione, la lettura, sono qualcosa che se non la conosci non sai che cosa ti perdi.

Attorno a questa cosa del museo piacere della lettura si sta ragionando a lungo con esiti più o meno interessanti ma in ogni caso si tratta di un dibattito importante.
Se si è capito, dopo molti tentativi, che puntare su piacere e gratuità della lettura non funziona quale strada conviene prendere per poter far arrivare alla destinazione bambino un bel libro?

Non ho risposte, cerco di avere sempre un approccio eclettico e tarato il più possibile sulle persone che mi trovo davanti. Quando vedo le mamme ai gruppi, ad esempio, tra le decine di libri che mi porto dietro cerco di far loro notare le differenze tra un libro che piace di più " a loro", mamme che vogliono passare un messaggio al loro piccolo, possibilmente istruttivo; e un libro che piace di più ai bambini.
Li leggiamo e poi vediamo un po'... Ma è così umportante poi insegnare sempre qualcosa a questo piccino che vuole solo inebriarsi della voce e della storia?
Vogliamo che un libro insegni qualcosa al nostro piccolo? Ebbene esso gli insinuerà con dolcezza la fiducia nel mondo degli essere umani donandogli bellezza ed emozione, non dicendogli dove fare la pipì!
Nell'ultimo numero di "Liber" il 111, Filomena Pompa e Katia Rossi, ragionando sui libri presentati al premio "Nati per leggere" notano la difficoltà di trovare belle pubblicazioni per i piccolissima, per la fascia 12-18-24 mesi. Ma perché? Perché la maggior parte sono libri  mediocri, per non dire di peggio, che non abbandonano l'intento pedagogico. Certo in una certa fare, nei primissimi anni di vita, è fondamentale che alcuni libri propongano racconti, o anche solo immagini non consequenziali (il nesso causale che permette la narrazione articolata si sviluppa dopo i 18 mesi), mimetiche della quotidianità e routine del bambino la questo non ha affatto il senso di "ammaestrare" bensì, di rassicurare che non si è soli al mondo. Che altri bambini, o personaggi antropomorfi è lo stesso, vivono le stesse esperienze ed emozioni, belle o brutte che siano, sì, anche le brutte!
Da dove vengono i libri per piccoli che troviamo generalmente in libreria, privi di senso per il lettore?
È il mercato o è la domanda a generare questa difficoltà?
Un economista old style direbbe che è la domanda che genera l'offerta, un economista 2.0 probabilmente direbbe che oggi come oggi tutto sommato può essere vero il contrario.
Fateci caso: nelle librerie che incontrate, anche negli store e persino nelle indipendenti di settore, i cartonati per i piccolissimi sono pochissimi e nella stragrande maggioranza dei casi inguardabili.
Me n'è capitato uno tra le mani proprio stasera, mio figlio preso da momento di regressione ha preso in biblioteca un cartonato della Larus sui mestieri. L'abbiamo letto insieme e la delusione è stata davvero scoraggiante, nulla di quel libro aveva un'armonia di qualche tipo. La noia e la piattezza di testo e illustrazioni lo hanno lasciato mortificato.
Se questa sensazione di frustrazione del desiderio capita ad un bimbo che inizia appena a riconoscere un libro da un altro oggetto (solitamente accade dopo i 6 mesi), ad un bimbo che sta scoprendo che qualcuno ci può leggere una storia mentre guarda qualcosa di bello, di sicuro non avrà la spinta ad iterare l'operazione. Meglio giocare con altro. Ma ha ragione! Ma perché perder tempo con una cosa brutta e noiosa che non dà emozioni quando ai può fare do meglio!
per questo non sono molto convinta che "qualsiasi libro purché ci sia"... Un libro brutto allontana dalla lettura non avvicina, non è il dasein (semplificò, la questione è più complessa di così),  l'essenza del libro, ad attirare il bambino, bensì ciò che in lui provoca la lettura.

Il nome del progetto " Nati per leggere" è un auspicio dunque?
Beh, si legge per essere liberi e credo che nessuno potrebbe auguare di meglio al proprio figlio.

Born to be...a reader!


lunedì 22 agosto 2016

"In solitario. Diario di volo". Lunedì di Dahl

Dopo la minimissima interruzione di ferragosto il lunedì torna a Roald Dahl e alla penna (digitale) di Adolfina de Marco.

Dopo aver letto Boy e aver conosciuto uno scampolo della “storia imprevista” di Dahl, leggiamo anche In solitario. Diario di volo, ovvero un’altra parte della vita del narratore norvegese.



Definiamo con scampoli o parti o stralci di esistenza quella che Dahl trasferisce sulle righe perché egli stesso, nel capitolo introduttivo, ama chiarire al lettore che scrivere una autobiografia non è un’impresa facile, quindi, per non cadere in lungaggini noiose e retoriche descrizioni, bisogna essere abili e selezionare ciò che può essere stato un avvenimento importante e che il lettore possa ritenere di “utilità narrativa”.

In questo romanzo, Dahl traspone la propria esperienza lavorativa in Africa per la compagnia petrolifera Shell e la partecipazione come pilota della RAF (Royal Air Force) durante la seconda guerra mondiale.

La scorrevolezza della scrittura, la sobrietà e l’eleganza dei racconti svelano i segreti del volo, qui paragonabile al volo di un rapace che si libra solitario nell'aria, tutto preso dalla conservazione di se stesso e dalla tensione che gli impone un’esistenza all'erta, in luoghi esotici e per antonomasia selvatici.
Esperienza che gli è valsa un tesoro in termini di conoscenza del valore della vita, dell’Uomo e della Natura; soggetti e trame che egli trasferisce direttamente nei romanzi e inebria della sapienza raccolta in queste lande "in solitario", appunto.

Il focus del romanzo è il vissuto “in solitario” da non fraintendere con una condizione di isolamento; momenti, questi, che emergono sporadicamente nella lettura ma che vengono accolti dallo scrittore come metamorfosi dell’anima.
Le tante vicende che hanno creato l’esperienza del volo hanno plasmato l’uomo-scrittore colmandolo di entusiasmo, delusione, dolore, perdita, paura, traumi, felicità che ha saputo elaborare e rigettare nei suoi scritti.

Non bisogna smettere di pensare che quello che ci ha trasmesso Dahl attraverso i suoi scritti è un modello pedagogico che richiama - sempre - l’uomo a ripensare alla propria esistenza, ogni volta in modo diverso, con parabole diverse perché -si sa- diverso e complesso è l’universo umano.

Con In solitario. Diario di volo, edito per la prima volta nel 1986 con le illustrazioni del fedelissimo Quentin Blake ed oggi nel catalogo Salani, il grande scrittore ci invita a compiere “un volo in solitario” per riprendere le redini della nostra vita e per tutte le ragioni che da secoli hanno dato al “volo” significati e valori.

martedì 16 agosto 2016

"Il piccolo giardiniere" di Emily Hughes

La parte che amo di più dell'albo che vi racconto oggi è quello dell'abbandono fiducioso al sonno, al futuro. Pura utopia per chi, come me, quando si presenta una qualche difficoltà utilizza le notti per risolvere la questione, perde ore di sonno e con esse lucidità.

Sarà per le tavole di questo albo bellissimo di Emily Hughes che molto assomigliano al mio giardinetto, sarà perché le mie notti sono affollate di pensieri in questi giorni, ma oggi Il piccolo giardiniere è proprio quello che ci vuole.



Il piccolo giardiniere è un omino piccolo, ma così piccolo che il suo animale da compagnia è un lombrico. Lui vive in un terreno che è la sua casa e il suo cibo e la sua vita, a cui dona tutte le proprie energie ma apparentemente invano. Tra le erbe matte e qualche immondizia il piccolo giardiniere lavora giorno e notte ma non ce la fa, rischia di perdere tutto, dunque anche se stesso e la sua vita.



Solo un fiore cresce coraggioso nel terreno e a lui il piccolo giardiniere dedica tutte le sue attenzioni...se solo fosse un poco più grande...no, questo lui non lo pensa, quello che pensa è: se solo avesse un po' di aiuto!

Il piccolo giardiniere e il lombrico combattono contro il degrado per salvare la capannuccia di paglia e il poco cibo rimasto, tutto sembra perduto e per la devastazione fisica e, chissà, forse anche psicologica il piccolo ometto si addormenta dopo aver affidato la sua minima richiesta d'aiuto alla notte.
Dorme per settimane e poi per mesi e al suo risveglio il giardino è....un vero giardino!

Curato, verdeggiante, in fiore, ricco di cibo e di lombrichi per giocare.



E di chi è il merito? Di un altro piccolo giardiniere, un bambino che è venuto ad abitare nella casa di questo giardino e che consciamente o inconsciamente ha sentito ed esaudito la richiesta del piccolo abitante del giardino.

Emily Hoghes dopo Selvaggia, edito anch'esso da Settenove, ci propone una nuova storia che affronta in qualche modo il limite tra natura e "civiltà" due mondi che se in Selvaggia erano in assoluta contrapposizione, ora invece si alleano e diventano uno alleato dell'altro. Se dalla natura non si può prescindere infatti, è la cura sistematica e sapiente che permette al giardino di fiorire. E se il piccolo giardiniere è una creatura antropomorfa in miniatura è nell'incontro con l'essere umano a grandezza naturale che il desiderio si realizza. Certo non si tratta di adulti, la Hughes forse non se l'è sentita di rappresentarne di assolutamente positivi visti i precedenti di Selvaggia, ma i bambini vanno bene! I bambini sono persone piccole che possono e sanno fare la differenza!

Le tavole della Hughes, già in mostra alla scorsa edizione di Sarmede, hanno la stessa potenza pienezza di colore tra i marroni e i verdi della natura provati in Selvaggia, da questo punto di vista la cifra stilistica dell'illustratrice sembra poter essere individuata nella sovrabbondante presenza di elementi naturali, le tavole sono rigogliosissime dei colori della natura selvaggia, retaggio forse delle origini hawaiane dell'autrice.
L'inquadratura delle tavole via via cambia col procedere della storia passando da uno zoom sempre più stretto verso il piccolo giardiniere e il suo lombrico all'apertura delle ultime tavole quando si inquadra lo spazio del giardino "alzando la telecamera" e includendo la casa del bambino che si prenderà cura del giardino.

Le proporzioni cambiano, ci rendiamo sempre più conto della vita che scorre anche in un solo spazietto di terra, di quanto tutto sia importante, di come ognuno possa far la differenza per piccolo che sia e se non può farla fisicamente la può fare col desiderio, la volontà.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondoGandhi





giovedì 11 agosto 2016

"Sei zampe o poco più"

Non so cosa darei per conoscere i nomi di tutti gli animali, dai più piccoli ai più grandi dai volatili ai mammiferi ai marini ecc. ecc. 

Il mio problema è che per alcune cose mi prende una smania enciclopedica che necessariamente poi produce una direttamente proporzionale frustrazione intellettuale.

Il nome, per me - che da sempre sono una calviniana fatta e finita e vi invito a ritornare, se ancora non ci siete mai passati, nel luogo letterario del La strada di San Giovanni -, è l'essenza della cosa. Curioso in realtà e piuttosto ingenuo pensarlo, me ne rendo conto, non è detto che basti ricordarsi il nome per sapere di cosa si sta parlando, cosa si sta osservando, e tuttavia....

Quando si scatena lo spirito catalogatore ed enciclopedico, nei bambini è innato fortunatamente, la memoria è più vigile, le sinapsi più oleate e l'occhio più attento per cui è davvero assai raro che si possa memorizzare un nome senza il suo correlativo oggettivo.

L'essere è il suo nome

Per me è ancora così. Dunque quando incappo in qualcosa che appaga la mia necessità di conoscenza ordinata sono banalmente felice.

Mi è successo con  Sei zampe o poco più albo illustrato di Geena Forrest per giovani (e meno giovani) entomologi appena edito da Topipittori e che inaugura la nuova collana PiNO - Piccoli Naturalisti Osservatori - (che fa evidentemente il paio con PiPPo la Piccola Pinacoteca Portatile).


Non so se la signora Forrest abbia mai fatto un ragionamento esistenziale sul proprio nome, se non l'ha fatto dovrebbe, ma di sicuro molto si è dedicata alla catalogazione naturalistica, in questo caso specifico degli insetti. 

Sei zampe o poco più in realtà di insetti ne presenta solo alcune categorie, per ovvie ragioni di opportunità, ma fa una scelta azzeccatissima, a mio parere, per portarci nello sconfinato mondo a sei zampe: crea delle tavole di catalogazione dei tipi di zampe, dei tipi di ali, dei tipi di antenne. Una catalogazione enciclopedica delle sezioni del corpo dell'insetto perché l'apprendista entomologo con si limiti (e sarebbe già bello così per me) a riconoscere l'immagine che lei ci propone nel ronzio che abbiamo nell'orecchio; bensì sia in grado da solo di analizzare ogni componente del piccolo essere vivente per poi trarre le proprie conclusioni riguardo la categoria di appartenenza. 




Quello che l'albo ci propone non è la catalogazione ma è l'osservazione diretta che può trovare avvio e riscontro nei testi, ma soprattutto nelle illustrazioni proposte dalla Forrest.

D'altra parte imparare nomi di insetti, magari anche saperli riconoscerli su carta e perdersi la componente empirica all'aria aperta di tutto ciò sarebbe davvero non solo un peccato ma un ben sterile esercizio di stile.
Per osservare gli insetti così bene a volte può essere necessario catturarli per qualche minuto senza far loro del male né rischiare punture. 

Bene, mi è proprio piaciuto l'avvio di questa nuova collana di Topipittori e aspetto li prossimo...chissà quante zampe avrà, se avrà zampe...o che ali...aspetto e intanto mi godo il ronzio!

mercoledì 10 agosto 2016

"William Shakespeare e la tempesta del guanto mascherato"

Il 2016 è anno di centenari, quello di Dahl a cui dedichiamo settimanalmente ormai da mesi la nostra rubrica del lunedì, ma anche quello di William Shakespeare.

Certo l'evento riguarda più gli adulti dei ragazzi e tuttavia alcune belle edizioni sono uscite quest'anno per avvicinare i bambini al grande autore.

Tra queste oggi vi racconto William Shakespeare e la tempesta del guanto mascehrato di Lina Maria Ugolini illustrato da Pia Valentinis per la collana "Jeunesse ottopiù" di Rue Ballu.



Come gli altri titoli della collana anche questa volta il tentativo è un approccio laterale, mediato dalla narrazione: non la storia di Shakespeare e del suo teatro bensì la storia di un incontro onirico in cui opera e autore si mescolano nei sogni e nella realtà di Marco, il bambino protagonista, e Ziggy, la sua fedele scimmietta di peluche.

Tutto parte dalla Tempesta, la famigerata opera shakespeariana da cui deriva forse il verso più famoso del grande autore "Siamo fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni"




Questo, insieme al motto del globe teatre "All the world's a stage" è lo spunto che da vita alla narrazione, e attorno a cui ruota il racconto ricco di colpi di scena magici.



La narrazione della Ugolini, a dirla tutta, non sempre convince, la trama a volte risulta un po' troppo costruita, ma le illustrazioni di Pia Valentinis sono accompagnamento impeccabile al racconto come accade per gli altri titoli della collana che abbiamo raccontato: Improvviso scherzo notturno, La cena del cuore, La fuga di Bach.



La collana di Rue Ballu comunque conferma la grande qualità di scelta, di autori, di fattura e progettualità senza perdere di vista lo scopo di raccontare la musicalità della poesia, del teatro e della musica stessa ai bambini e ragazzi con libri di grande di pregio.

martedì 9 agosto 2016

"L'immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal"

Il mare è un contenitore universale. Dentro sotto e sopra ci si trova un po' di tutto; il nostro mare, il mare nostrum, il Mediterraneo è pieno anche di piccole barche e gommoni di fortuna che illegalmente, inumanamente e pericolosissimamente illudono persone disperate che provengono dai posti più lontani di poter affrontare il breve tratto che li separa dal primo Paese civile (!), il nostro, in cerca di pace e libertà. Sul civile non intervengo, credo che mai come in questi anni il tratto di mare che costeggia Sicilia e Africa sia stato tanto pieno di disperazione e di cadaveri. 



Com'è come non è per chi viene da fame, guerra e disperazione l'Europa, l'Italia dell'Europa, rappresenta una qualche salvezza - almeno in linea di principio finché qualche demente non pensa di rimpatriare chi per mesi ha attraversato a piedi il mondo per tentare la partita con la morte in mare - e dunque anche l'azzardo più assoluto, il solcare il mare con imbarcazioni improbabili alla mercé del kapò di turno vale la pena di essere tentato. 

Bambini, donne e uomini più o meno coscientemente si imbarcano e...il nostro dovere di esseri umani è quello di accoglierli!

Come raccontare tutto questo ai bambini? Come raccontare la disperazione più assoluta e il dovere di comprendere, aiutare e sostenere? 

Ci prova coraggiosamente e con un ottimo risultato, secondo me, Immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal scritto e illustrato da Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso ed appena edito da Beccogiallo.


Amal è un gatto che insieme al cane Joe, alla capretta innominata (perchè le capre di solito non hanno nome) e al falco Alqmar si ritrovano in cerca di salvezza con i rispettivi padroni su una delle centinaia di carrette del mare che ogni giorni sperano nell'Italia.
E' Amal il gatto a raccontarci come è trascorsa la traversata. Gli animali si scambiano racconti di fuga, chi dalla guerra e dagli scoppi (tutti sanno che gli animali temono moltissimo gli scoppi) chi dalla fame e dalla distruzione, chi da persecuzioni religiose o etniche. 
Il racconto con delicatezza non manca di dire nulla dell'essenziale, nemmeno di far vedere, da altezza di animale (che poi è la stessa del bambino in fondo) l'uomo che guida la barca che mangia quando gli altri hanno fame, che simpatizza con il cattivo gabbiano che chiede cibo minacciando di buttare tutti in mare. Un cattivo nel vero senso della parola che la storia non esita a definire tale alla lettera, di quella cattiveria che solo un uomo può avere nei confronti di un altro uomo e su questo gli autori giustamente non cedono di un millimetro e usano le parole per quelle che sono.
Ma siccome questa è una bella storia capita che la capretta con un calcio ben assestato butti giù dalla barca il cattivo. Bene, meglio. Sì, certo, però adesso chi è che sa da che parte è la terra su cui poggiare i piedi dopo tanto ondeggiare?

Ed è qui che arrivano i nostri, quelli buoni!, che uno per uno salvano persone e animali, lavano, puliscono e...ricongiungono perché la salvezza è nell'amore che cura riconoscendo i bisogni umani.


Dopo tanto navigare e raccontare e temere per le proprie sorti la storia ci racconta la catarsi. Perchè sempre i bambini hanno bisogno di catarsi, ci deve essere assoluta fiducia nella risoluzione del bene. 
Attenzione, può sembrare una banalità ma è essenziale. Fino alle soglie dell'adolescenza tutto ciò che si racconta ai bambini deve concludersi con la rassicurazione della vittoria del bene sul male, della soluzione sui problemi. Questo non vuol dire affatto che non si raccontano storie problematiche ai bambini, ANZI. 
Ai bambini si racconta la complessità, si problematizza sempre ma la conclusione deve ricomporre le parti, deve dare fiducia e render forti del proprio potere di esseri umani. Solo così possiamo formare ed aiutare a crescere cittadini fiduciosi nella possibilità di cambiare il mondo, di perseguire il proprio dovere volto al bene civile. 
La fiducia in se stessi è essenziale per lo sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini e direttamente proporzionale alla coscienza civile e sociale che ogni bambino svilupperà da adulto.

Quindi....raccontiamo loro ciò che è davvero importante, le storie di immigrazione e l'accoglienza per i migranti lo sono.
Per questo libri ben fatti come Il viaggio di Amal sono fondamentali e impagabili. La scelta degli autori di raccontare storie di animali, con anche il punto di vista ribassato degli animali che fa solo vedere la faccia dell'unico bambino presente è assolutamente perfetta per raccontare senza angosciare. Mostrare senza far vedere. La narrazione a flash back da parte del gatto poi dà sin da subito la sensazione che tutto è andato bene, che la salvezza è arrivata e con essa la gioia di aver superato paura e cattiveria. 

La piccola casa editrice Beccogiallo con questo piccolo albo per bambini conferma la grande cura e qualità della propria proposta editoriale e anche il grande impegno in senso politico e sociale che da sempre è la cifra delle pubblicazioni a merchio Beccogiallo. Gli autori sono gli stessi che per la stessa casa editrice hanno lavorato al graphic novel su Peppino impastato.

Non so a voi ma a me la pubblicazione di questo libro è venuta in soccorso per narrare quello che forse a molti adulti come me può sembrare irracontabile. 

Questo libro è uno strumento per cominciare a parlare di immigrazione con i più piccoli.

E' proprio così, adesso non abbiamo più scuse.







lunedì 8 agosto 2016

"Il libro delle storie di fantasmi". Lunedì di Dahl

E’ un fatto singolare - osserva Dahl- ma nelle migliori storie di fantasmi, il fantasma non c’è. O per lo meno, non lo si vede. Si vede però il risultato delle sue azioni.



Come deve essere un racconto di fantasmi prova a dircelo Roald Dahl nell’opera Il libro delle storie di fantasmi (Salani, 1983), nato dlla una proposta che lo scrittore fece nel 1958 ad un produttore cinematografico di Hollywood per produrre una serie televisiva di film tratti da storie di fantasmi.

Nell’Introduzione Dahl racconta che lesse 749 racconti, perlopiù short stories, dai quali selezionò 24 scritti, il numero richiesto per la serie televisiva. Selezione che Dahl descrive con perizia di dettagli e con l’inconfondibile stile, sempre in bilico tra il tragico e il comico, tra il sofisticato e il repellente. Uno studio che lo portò ad individuare nelle scrittrici una particolare inclinazione al soprannaturale: nella maratona di lettura, infatti, i racconti spettrali scritti da uomini superavano di stretta misura quelli scritti da donne. Dahl si concede una breve divagazione a sostegno della creatività femminile nella scrittura e considera il talento femminile nella difficile arte di scrivere romanzi per ragazzi. L’Introduzione si conclude con l’avventura della proposta cinematografica  e del voluminoso lavoro che ha preceduto e seguito la produzione del film pilota che avrebbe dovuto garantire un successo strepitoso coast to coast in America…che mai ci fu perché il film pilota si rivelò un disastro e venne scartato immediatamente per ragioni che lasciamo scoprire al lettore!

Quello che ci lascia Dahl, comunque, è un cofanetto di 14 racconti nei quali autori e autrici tratteggiano, schizzano, abbozzano sulle pagine la presenza di queste creature tenendo il lettore sempre all’erta tra le righe impreviste, nascoste, impalpabili delle pagine.
Il più elusivo, inquietante e sfuggente è il fantasma evocato da Sheridan Le Fanu “con la mano che striscia carezzevole sui vetri, che batte imperiosa alla porta, che si protende grifagna a sfiorare inconsapevoli volti addormentati”.

Con amarezza però Dahl racconta di sé di non essere mai riuscito a scrivere una storia di fantasmi. Di averci provato, sì, con una storia dal titolo The Landlady (L’affittacamere in Kiss Kiss, Garzanti, 1981) ma dopo averla scritta si è reso conto che non era “una buona storia” e la trasformò in una storia non-di-fantasmi.

Il segreto sfugge e delle storie di fantasmi si sa soltanto che il fantasma non c’é.

venerdì 5 agosto 2016

"Ferriera" di Pia Valentinis

Così è esattamente come vorrei raccontare qualcosa, una storia "vera", qualcosa di accadutomi, la mia storia in qualche modo...


Non ne sono capace e anche per questo e a maggior ragione sono estremamente grata a chi riesce a mettere la Storia, le storie, su carta.

Non si tratta di contenuti, questi sarebbero evidentemente molto diversi se ciascuno di noi tentasse di raccontarsi.
Si tratta invece, e profondamente, di STILE.
Lo stile di Pia Valentinis usato in questo che è il suo primo graphic novel, è... pacato, esatto, pulito, denso, preciso, emozionante...perfetto, per me.

Ferriera, edito da Fandango, racconta la storia del padre di Pia, operaio come tanti altri nell'industria aiderurgica che dà il nome al libro. Operaio nel profondo dell'essere che alla terra preferisce la fabbrica, l'artificio che tempra l'uomo e aumenta la coscienza di classe.

È dunque in romanzo a fumetti autobiografico, dietro il papà silenzioso ed essenziale pur nell'amore per l'effimero cinguettare degli uccelli, si vede la piccola Pia, la sua passione per le storie disegnate, per la creazione.

" Vedo storie dappertutto! " le dice ad un certo punto il padre.
"Non posso farne a meno" risponde lei.

Artista è, credo, colui che non può fare a meno di fare forma alle storie che vede in ogni dove.

È però anche un romanzo che lascia una forte impronta civica, politica, storica. Ci ricorda che nel racconto di ogni singola storia c'è il racconto della STORIA. Tutto sta nel farle vedere entrambe, bel saper tratteggiare e far emergere là dove una emerge nell'altra, dall'altra.
La storia di una generazione che ha tentato invano  di credere al sogno di un mondo migliore emigrando per lavorare, che poi ha accettato il destino delle fabbriche. Il movimento operaio nascente con punte nel comunismo.

È anche un romanzo sulle morti bianche, gli incidenti di fabbrica di cui nessuno apparentemente ha colpa e di cui è bene che tutta la società si faccia carico.

Ferriera è il primo riuscitissimo confronto con il linguaggio del fumetto, mi sembra nasca da una urgenza forte, la stessa che emerge dal racconto.
Lo stile di Pia Valentinis è al tempo stesso fedelissimo a se stesso, inconfondibile, eppure profondamente diverso nella sua "applicazione".
Non l'accompagnamento discreto e talvolta simbolico al linguaggio poetico, o compagno sintetico della narrazione (come accade nei volumi illustrati per la collana " Jeunesse otto più" di Rue Balli), né riproduzione naturale (come accade in Alberi di Rizzoli).
Qui lo sguardo un po' decentrato di Pia si fa centro stesso del racconto sia in forma di scrittura che di disegno. Il dettaglio discreto si prende il posto in prima fila senza per questo perdere in delicatezza. La tecnica lineettata in queste lunghe pagine modella e ombreggia senza mai caricare, correlativo oggettivo di un profondo rispetto per la storia narrata.

Se avete 15 anni o più, che vi piaccia il fumetto o meno Ferriera è un libro che va letto e riletto.

mercoledì 3 agosto 2016

"Oh, boy!" di Marie Aude Murail

Marie Aude Murail mi ha folgorata con la sua scrittura in Miss Charity, però quello che più di lei mi ha colpito di questa scrittrice è la lucidità di punto di vista che esprime nelle interviste; in particolare il passaggio che vi riporto qui di seguito mi ha colpito moltissimo e vi assicuro che da quando l'ho letto non posso prescinderne nel guardare la realtà, con o senza pagina scritta di mezzo.

Sento una particolare tenerezza per tre età della vita altamente metafisiche che hanno bisogno di questa specie di compensazioni umoristiche: i bambini da 3 a 5 anni, che domandano ai genitori, specialmente la notte, “Perché viviamo se dobbiamo morire?”; gli adolescenti tra i 12 e i 30 anni, che si domandano a che serve vivere se nessuno si accorge che siamo al mondo; le persone di 80 anni e passa, a cui piacerebbe tanto sapere se la morte è un altro modo di essere vivi.
(Intervista di Carla Poesio uscita su "Liber" 82 e che potete leggere qui)
Tutti i suoi romanzi sono intrisi di queste domande perchè, semplicemente, la vita reale lo è ed una grande scrittrice dalla vita non può certo prescinedere, specie quando sceglie di scrivere per i ragazzi. E i ragazzi la adorano! I ragazzi adorano chi comprende la domanda silenziosa che pongono e soprattutto coloro che onestamente e seriamente tentano di rispondervi. Questa è la specialità della Murail che per altro nella maggior parte dei casi, in questo Miss Charity fa un po' la differenza, riproduce attraverso la narrazione casi familiari e condizioni di vita degne del suo paladino letterario e modello inesauribile Dickens. La grandezza sella sua scrittura sta, come lei stessa riconosce, nel saper far ridere prima di far piangere.



A raccontare la trama di Oh, boy! davvero ci sarebbe da pensare di trovarsi di fronte ad un libro di piombo, difficile da mandar giù e alquanti complicato. Invece è, nella sua tragicità ilare, un libro bello, godibile, che ti tira via una pagina dietro l'altra raccontandoti la morte, prima ancora della vita, con una leggerezza incredibile.
I temi a cui programmaticamente la Mura il ha voluto dedicare la sua arte in Oh, boy!?
La morte, la malattia, il suicidio, l'adolescenza, l'adozione, il rapporto tra fratelli, il rapporto generazionale e, per non farsi mancare nulla, i diritti dei gay.
Il protagonista infatti è Bart, un gay alquanto sconclusionato e irresponsabile che di colpo diventa tutore dei suoi fratellastri minori, di cui ignorava l'esitenza, uno dei quali, l'adolescente superdotato, malato di leucemia....
Con una trama del genere o si è grandi scrittori o... Viene fuori una poltiglia strappalacrime illeggibile.
Per fortuna la Murail è una grande scrittrice, come il suo nume Dickens decide di scrivere dietro urgenze sociali pressanti interpretando la realtà contemporanea ad altezza di ragazzo come pochissimi altri.

Il libro è edito da giunti ed è disponibile anche in formato e-book, perfetto dappertutto.



lunedì 1 agosto 2016

"Due fiabe" di Roald Dahl. Lunedì di Dahl


E' lunedì?
Buon centenario di Roal Dahl con Adolfina de Marco che questa settimana torna nei meandri dei racconti meno noti del grande scrittore.
Two fables, pubblicato in Inghilterra nel 1986 fu pubblicato i Italia dai tipi Salani nel 1986 con il titolo Due racconti e con un’insolita cover bicromatica autografata da Blake, poi riedito una decina d'anni più tardi con il miglior titolo Due fiabe.

 


Si tratta di due favole che raccontano il valore della Bellezza e della Bruttezza e del Potere e di come queste tre dimensioni esercitino una straordinaria influenza sugli uomini, migliorando o peggiorando le loro inclinazioni.

Nel primo racconto dal titolo La principessa e il bracconiere, viene narrata la storia di Hengist, un ragazzotto dall’aspetto orripilante che faceva rabbrividire le ragazze. Per calmare le sue angosce aveva trovato nella natura una dimora confortevole per il suo vivere quotidiano. Il suo stile di vita “selvaggio” gli insegnò l’arte della caccia di frodo che eseguiva con grande abilità nelle proprietà del re.
Durante un appostamento di caccia salvò la principessa dall’attacco di un cinghiale e il re, come ricompensa, gli offrì il privilegio di rimanere a corte e di accoppiarsi con qualsiasi femmina del regno che gli andasse a genio. Hengist, consapevole dell’immenso potere che gli era stato conferito, cominciò a non provare più alcun desiderio e trovandosi di fronte al re e alla principessa, confessò che quel “dono” non lo faceva star bene con gli altri perché non si sentiva ben voluto. Fu così che Hengist scoprì che l’unica persona che lo amava profondamente era proprio la principessa.

Il secondo racconto, La principessa Mammalia, è la storia di una metamorfosi; in una sola notte, Mammalia da ragazzina goffa e tozza diventa una creatura dotata di virtù rare che la rendono splendente. Consapevole del proprio potere cominciò ad esercitarlo sugli uomini a tal punto da maltrattarli e da voler spodestare il padre.
Con l’inganno il padre travestito da mendicante le suggerisce come abbattere un avversario; e Mammalia, che non vedeva l’ora di prendere il posto del padre, diede disposizioni per la festa del suo diciottesimo compleanno nel quale prevedeva di uccidere proprio il re suo padre come suggeritogli dal falso mendicante. Ma egli, che era dalla parte del giusto, fece in modo che “giustizia” fosse fatta e la bellissima Mammalia trovò nel suo stesso disprezzo la sua fine.

Due racconti densissimi, affilati nelle descrizioni che fanno da cornice a pochi dialoghi tra i personaggi. Queste due fiabe richiedono al pubblico in ascolto di avere la pazienza che esse si svolgano secondo un ritmo che dà valore alla narrazione.

Qui si può parlare ancora di “narrazione autentica”, quella che Kroeber - e Zipes - sostiene essere antiautoritaria, cioè sovversiva, “capace di presentare strategie di sopravvivenza e di piacere”, “di trasformare l’ordinario in straordinario”.
Un volumetto che raccoglie spunti per aprire un dialogo intenso e profondo sull’autenticità a partire dai protagonisti dei racconti.