giovedì 8 dicembre 2016

"Salvataggio a mezzanotte" di Bruno Tognolini e Pia Valentinis

Avete presente la scena di Eduardo de Filippo in Natale in casa cupiello  "ti piace o presepe" (potete rivederla qui, se volete)?
Il presepe, quello che ognuno di noi, anche laico, fa in casa propria sotto l'albero mescolando sacro e profano, aggiungendo simboli ai simboli perchè la notte di Natale abbia la magia necessaria, è il modo per perpetrare una storia di attesa che da duemila anni si rinnova affinché il miracolo avvenga, sempre, puntuale.
Ma non si perpetua solo l'attesa, questo è l'elemento più noto della storia che c'è dietro il racconto della nascita del bambino Gesù narrata nei vangeli apocrifi; ogni anno si perpetua anche un grave pericolo che deve essere sventato in tempo: il pericolo della mancata nascita.

Perché, potrebbe non nascere Gesù bambino a mezzanotte del 25?

Per l'appunto, potrebbe non nascere, lo assicurano tradizioni popolari di ogni dove in cui la paura accompagna l'attesa. Ma chi è che dovrebbe mettere a rischio la nascita di questo bambino? Ma il sicario mandato da Pilato, naturalmente!

Aaaaa, direte voi, quello? Ma ormai sappiamo già come è andata a finire questa storia, non si sa nemmeno più nulla di cosa è successo a quel sicario, il bambino è nato e ha portato la pace in terra agli uomini di buona volontà...o almeno così sarebbe dovuto accadere.

E invece no, qui sta il bello, voi pensate che ormai la strada della storia sia stata spianata dalla Storia e invece così non è perché ogni anno il sicario raggiunge la grotta e mette a serio repentaglio la natività più famosa della storia dell'Umanità. Avete presente quella statuina che avete nel presepe un po' più bruttina, tutta coperta fino agli occhi dal mantello, con l'aria un po' truce? Beh, non è così perché la macchina dell'industria che l'ha sputata fuori l'ha fatta male ma perchè proprio lì sotto si cela il sicario, il cattivo dei cattivi, o almeno la longa mano del cattivissimo Pilato. Cattivissimo, certo, vi viene in mente un altro modo di pensare a qualcuno che fa eliminare i bambini appena nati?

Come fare a liberarsi di questo losco figuro?
Semplice, basta avere in casa un...elemento di disturbo del presepe. Il gatto è indubbiamente un ottimo esempio, anche un bambino piccolo però potrebbe esserlo...solo che i gatto ha "zampa libera" e non visto fa un po' quello che vuole, al bambino invece stanno solitamente tutti lì sul collo ed è difficile che possa far sparire una statuina senza che nessuno sen'accorga, non vi pare?

Per fortuna a casa di Gabriele e Carlotta c'è un bel gattone striato a cui piace molto giocare con albero e presepe, in lui infatti intuiscono la salvezza San Pietro e l'Arcangelo che immobili nelle loro statuine scrutano con trepidazione i movimenti del gatto per salvare il bambino anche questa volta.



La storia di Salvataggio a mezzanotte raccontata da Bruno Tognolini e illustrata da Pia Valentinis, Le rane intelinea edizioni (2011) è un racconto credo poco noto di una altrettanto poco conosciuta tradizione che vuole ripetersi ogni anno il salvataggio di Gesù bambino. Il libricino, con delle illustrazioni di Pia Valentinis che ci dicono quanto sia cambiato il suo segno in questi 5-6 anni e come al tempo stesso sappia modulare colori e tecniche a seconda del contesto narrativo, ha un'impostazione narrativa interessante, che gioca sull'eccentricità del punto di vista che non è quello del gatto, nemmeno quello dei bambini, bensì quello dell'arcangelo (non a caso in copertina con il gatto l'uno artefice del salvataggio, l'altro annuciatore della nascita) e di San Pietro. Bellissimo il passaggio, riportato nella pagina qui di seguito, in cui Pietro si tiene il mantello per il gran vento. Tira aria nel presepe, e che sia aria buona o aria cattiva dipende da chi potrete mettere in campo, casa per casa, per assicurarvi ancora e sempre il miracolo della nascita salvifica.


Ogni anno il salvataggio di mezzanotte ha luogo, in ogni casa, in ogni luogo, dove meno ve l'aspettate e questa storia che aggiunge trepidazione all'attesa mi pare bellissima da raccontare ai bambini con tutti i suoi azzeccatissimi espedienti letterari e iconografici.

Che il bambino di cui onoriamo la nascita ogni anno sia o non sia (stato) il messia atteso, quello che nella tradizione ebraica è di là da venire e che giungerà un giorno di pace, tutto sommato mi pare secondario, ogni nascita è un piccolo miracolo, ogni bambino è degno di nascere e di essere accolto, ogni cosa deve essere tentata, tiri o non tiri vento, gatto o non gatto, perché ci si dia una possibilità di salvezza ed ogni bambino o bambina che nasce, per come la vedo io, è una possibilità di salvezza in più per l'Umanità che rotola.


La mattina dopo, a casa di Lele, Carlotta trovò sotto il solito mobile la statuina che Jana aveva rubato per giocare, la restaurò un po' coi pennarelli, e la rimise sul presepio.
Ma ormai era tardi per il lavoro del sicario.
Anche quest'anno gli era andata male.
Chissà il prossimo anno chi lo fermerà. 
 
 
 
 

mercoledì 7 dicembre 2016

"Ciao ombra!"

Alzi la mano chi non ha mai giocato con la propria ombra!

Credo che per una bambina o un bambino la scoperta di avere un emanazione del sé che si spalma sulle superfici a seconda della luce sia un momento di non ritorno. L'ombra è al tempo stesso un doppio ma anche un contrario, legato al soggetto ma non del tutto da esso dipendente se è vero che può allungarsi o restringersi indipendentemente dalla nostra volontà. Ne abbiamo ragionato a lungo una volta al gruppo di lettura, se avete voglia trovate qualche riflessione qui.

La luce può alla pari del "proprietario" dell'ombra, e redo sia proprio questo che affascina i bambini: il confronto con qualcosa che muoviamo ma che sembra non risponderci.

L'ombra è qualcosa persino di perturbante o spaventoso a volte, pensiamo alle esperienze del teatro delle ombre o all'ombra della sera, del buio che avanza che ha atterrito tutti noi da bambini.

E se l'ombra fosse anche la possibilità di avere un altro da sè..diverso? Che compensa le nostre difficoltà e ci rafforza? Per il bambino potrebbe diventare un alleato prezioso.
Proprio su questa possibilità mi pare giochi l'albo di Anna Curti Ciao ombra edito a settembre da Notes edizioni, un albo che con l'ombra e le paure gioca dando però alla prima non il potere di fare paura ma di dare coraggio.

Tutto comincia dai risguardi, terreno di soglia potente per ogni albo illustrato, quando il piccolo protagonista transita guardandosi intimorito le spalle.


Il piccolo gufo si sente sopraffatto dagli altri, non riesce a darsi voce, potremmo dire quasi che ha paura della sua stessa ombra se non fosse proprio questa ad un certo punto a prendere in mano la situazione.


Che bellezza avere qualcuno sempre attaccato che può darci forza! L'ombra mano a mano prende vita, fa cose diverse dalla propria sorgente di vita, ha espressioni e movimenti diversi man mano che il piccolo gufo comincia ad acquisire maggiore libertà di movimento. 
L'ombra si snatura fino quasi a diventare una sorta di amico immaginario. L'albo gioca decisamente sul doppio statuto di ombra alter ego, vero e proprio mister hide (ma non attivo)  del piccolo Jekil.

Il signor Ombra diventa talmente indipendente da diventare amico degli amici del piccolo gufo i quali a loro volta scoprono di avere anche loro dei Signor Ombra pronti a entrare in gioco nelle relazioni amicali. Una moltiplicazione di giochi d'ombre in cui anche le ombre scoprono di avere un'ombra che ha un'ombra e così via, ce lo lascia immaginare il finale aperto con tanto di punto interrogativo.


Ombra, specchio e amico immaginario si spartiscono la narrazione ma la vera buona notizia, nonché la parte migliore, a mio parere, dell'albo, accade di nuovo nei risguardi, quelli finali questa volta, in cui il gufetto guarda avanti e non in dietro ed è l'ombra a ritirarsi non intimorita ma felice di aver fatto il proprio dovere. 


Il vincitore, se così si può dire, non è l'ombra, come ad un certo punto della storia forse il bambino potrebbe pensare, ma il piccolo gufo che del proprio alter ego non ha più bisogno perché ha imparato a bastare a se stesso.

I risguardi sono una possibilità notevole qui giocata molto bene, tanto addirittura da risollevare il valore dell'intera narrazione.

L'albo è adatto a bambini anche piccolini, direi anche dai 3-4 anni.




martedì 6 dicembre 2016

"La gatta con gli stivali" Beatrix Potter e Quentin Blake

Avete presente quei libri che appena li vedete DOVETE assolutamente averli per le mani?

Ecco, con La Gatta con gli stivali mi è accaduto, di nuovo, domenica scorsa Beatrice Masini l'ha presentato sull'inserto del Sole 24 ore, ieri l'ho trovato in libreria e oggi eccomi qui, per iniziare al meglio la settimana.

Perché tanta fretta?

Perché, lo confesso, nonostante faccia sempre programmi su programmi per i post da scrivere poi vince la mia urgenza interiore, questo libro illustrato è un'operazione editoriale interessantissima e come tale mi interessa ragionarci sopra con voi.
In secondo luogo in queste settimane imperversano i consigli per Natale ed io mi sento proprio decisamente di caldeggiare una Gatta con gli stivali sotto l'albero per tutti!


La gatta con gli stivali è un inedito della grande Beatrix Potter venuto alla luce qualche tempo fa che finalmente oggi possiamo leggere in una veste interessantissima: Kitti in the boots è stato scritto nel 1914, mentre il mondo si preparava ad una guerra devastante, ed era quasi pronto per la stampa quando qualcosa ha bloccato il progetto e l'elaborazione delle illustrazioni da parte dell'autrice. E' così che Beatrix Potter, che spesso illustrava anche le lettere che scriveva,  ha lasciato un testo privo di immagini in cui, a sua insaputa, gli illustratori posteri avrebbero potuto sguazzare. Già, ma mica è facile sguazzare nel mare di una come la Potter, uno dei mostri sacri della letteratura per l'infanzia inglese e non solo. Come e chi poteva fare i conti con un'eredità del genere? 
Come racconta la responsabile dell'edizione originale del libro della Penguin, la scelta è ricaduta quasi automaticamente su Quentin Blake apparso subito come il più adatto a confrontarsi con l'ironia british della Potter. Non so come la pensi la Potter ma mi pare che il risultato sia un libro che fa onore ad entrambi in cui non solo nessuno perde niente ma sia la scrittrice quanto l'illustratore postumo guadagnano qualcosa. 

Nel narrare la storia di questa raffinatissima gatta nera dalla doppia vita, che si fa addirittura chiamare Miss Cathrine Mc. Quintin (Quentin ci ha visto un ulteriore segno del destino che lo chiamava ad illustrare la nobile gatta), l'illustratore è riuscito a conservare il proprio indistinguibile tratto rifacendosi al tempo stesso alle illustrazioni della Potter. Si ha insomma la sensazione di un'omaggio al limite della citazione letterale da parte di Quentin Blake alle creature animali nate dalla matita di primo Novecento della scrittrice.

Guardate ad esempio l'istrice lavandaia che lava i nobili vestiti di Miss Mc Quintin


assomiglia in tutto e per tutto ad un personaggio di pugno della Potter:

 

Anche sir Tod la volpe e lo stesso coniglio con la giacchetta blu riportano inequivocabilmente alla mente le illustrazioni originali di Beatrix Potter. Quentin cita esplicitamente e in maniera studiata certo per omaggio all'autrice ma credo anche per armonizzare l'impatto delle illustrazioni con il testo. 

La storia è delicata e divertente, adatta anche i bambini dai 4 anni in su, e racconta la doppia vita di Miss Cathrine che, approfittando evidentemente della poca perspicacia della padrona umana, trova un gattaccio nero di strada pronto a obbedire alla nobile dama e a farle da controfigura mentre lei in tweed, stivali col pelo e fucile va a caccia.  


La verità però è che la gatta, nonostante la mise, della cacciatrice di frodo non ha proprio l'indole, non sa nemmeno maneggiare il fucile e si fa catturare facilmente dalla furba, per antonomasia, volpe. E chi interverrà a salvare la raffinata gatta? La proletaria istrice, lavandaia graziata dalla Miss in virtù della sua utilità di subalterna!

Il finale è sorprendente e se penso che la Potter scriveva tra fine Ottocento e primi del secolo scorso...chapeaux, a lei e a Blake che l'ha inconfondibilmente fatta rivivere oggi.

lunedì 5 dicembre 2016

"Il gatto nella mangiatoia" di Michael Foreman


Trovandoci in situazioni che stuzzicano la nostra curiosità e alle quali ci è proibito esserne  partecipi, ricordiamo bene quante volte ci siamo lasciati scappare l’esclamazione:

“Vorrei essere una mosca per vedere cosa succede…”

Luoghi e situazioni che scuotono la nostra immaginazione e ci inondano di emozioni.
Per molti di noi è stato il primo giorno di scuola dei figli ma se ne possono elencare molti altri; sono eventi che annunciano un cambiamento e che rimangono sempre con un particolare velo di mistero e di incomprensione.

A tal proposito Michael Foreman racconta un evento che riguarda l’Umanità intera nell’albo Il gatto nella mangiatoia. Il mistero della natività visto con gli occhi di un gatto, edito per la maison veneta Camelozampa nel 2014.


In una notte d’inverno, fredda e stellata, un gatto cerca di scaldarsi in una stalla, trovando che la mangiatoia fosse il luogo più sicuro per non farsi calpestare dalle mucche, animali alquanto goffi, ma pacifici a differenza delle capre litigiose o degli asini sempre pronti a tirare calci.
Nello spazio destinato al ricovero per gli animali da stalla a quanto pare non mancano i problemi di convivenza ma anche le sorprese perché, proprio quella notte

proprio quando la stalla stava diventando bella calda, la porta si è spalancata e in un vortice di fiocchi di neve sono apparsi un uomo e una donna con, indovina un po’…un asino!

Da quel momento i rapporti tra gli animali cambiano, tutti attenti alle faccende che si susseguono con una rapidità che fa dimenticare nuovi e vecchi malintesi: l’uomo prepara un giaciglio per la donna, lei sta male, lui l’abbraccia poi si sente il pianto di un neonato che porta scompiglio.

Poco dopo

Era come se il mondo intero trattenesse il respiro, e guardavamo tutti il bambino e il bambino guardava noi.

Con questa frase si annuncia uno dei più grandi sodalizi della storia dell’Umanità che Foreman traduce con l’incanto di uno sguardo al quale nessuno, neanche gli animali sanno resistere.


giovedì 1 dicembre 2016

"Scrivila, la guerra" di Luigi Dal Cin e Simona Mulazzani

Scrivila la guerra è un albo strano, sembra una cosa ma poi ti accorgi che non è proprio quella o almeno non solo quella. 


Ma vado con ordine: questo albo è stato voluto dalla Fondazione Stepan Zavrel e finanziato dalla Regione Veneto nell'ambito delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra e in quanto tale racconta una storia, a misura di bambino, ritagliata nella Storia della guerra di trincea sul Carso post Caporetto. 
L'aver commissionato questo racconto ad un autore come Luigi Dal Cin e ad un'illustratrice come Simona Mulazzani ci dice però di una volontà importante, di una scelta editoriale precisa: far diventare una pubblicazione di natura divulgativa, letteratura. 

Questa, d'altra parte è una delle specialità di Luigi: il narrare per far conoscere; l'assoluta consapevolezza, perseguita con estremo rigore, che abbiamo un dovere narrativo nei confronti di bambine e bambine, che ai giovani lettori bisogna RACCONTARE tutto usando gli strumenti più alti della letteratura. 



Cosa accadde nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto è cosa ardua da raccontare, le memorie di guerra non omettono alcun tipo di violenza, cosa abbia visto e sentito e provato un bambino negli stessi luoghi, negli stessi giorni, in una casa occupata dalle truppe nemiche credo che in pochi se lo siano domandati. Luigi ha dato voce a quel bambino attraverso un racconto che, grazie all'espediente del quaderno segreto, assume il punto di vista interno, diventa una scrittura autobiografica e intima capace di dirci quello che raramente osiamo ascoltare: la fame. La fame prima della paura, addirittura la fame che supera la paura. 

Ripenso spesso, quando sento il mio stomaco brontolare, ad una frase di Primo Levi che, tra le migliaia, mi si è impressa nel profondo: cito a memoria "chi ha fame per non aver mangiato due giorni non sa cosa vuol dire avere fame". E' una cosa, questa della fame, che se ci si pensa davvero c'è da impazzire. E non

No, non lo sappiamo che cosa vuol dire avere fame, e speriamo non dovranno mai saperlo i nostri figli. Questo non toglie che tanti tanti e tanti bambini l'hanno conosciuta e tutt'ora conoscono questa bestia terribile, di loro, praticamente nessuno racconta. A loro pochissimi sono in grado di dare voce, la Storia non ci dice dei bambini a casa con le nonne in attesa dei genitori; la storia non mette a fuoco le piccole figure fuori fuoco, come le chiama Chiara Carminati, che a migliaia hanno, anche loro, attraversato la guerra senza alcuno strumento per poterlo fare. 



Man mano che procedevo nella lettura mi sono sorpresa per l'audacia della narrazione dedicata alla fame. La fame è protagonista assoluta della storia e d'altra parte chi non combatteva in trincea aveva questo come nemico principale. 
Le illustrazioni di Simona Mulazzani seguono la narrazione fedelmente ma pacatamente, non esasperano, mostrano sempre il secondo successivo all'angoscia più profonda. Come la scrittura, le immagini assumono il punto di vista del bambino e - come la scrittura simula il modo discrivere di un bambino, con la tipica sintassi paratattica e un po' ripetitiva -  ricordano un po' il modo di disegnare della stessa età.
Noi in casa non avevamo più niente da mangiare e siamo quasi morti di fame.
Io piangevo, mi veniva da vomitare e mi rotolavo per terra per il gran mal di pancia: "nonna, ho tanta fame" dicevo.
"Fiòl, non ho niente da darti diceva mia nonna. Anche lei non stava più in piedim era pallida e doveva andare sempre in bagno. Allora mia nonna mi ha portato a letto ma io non riuscivo a dormire: "Nonna, ho tanta fame".
"Fiòl, non ho niente da darti" e piageva. Allora mi ha fatto dire le preghiere e mi sono addormentato. Ma poi mi sono svegliato e avevo ancora più fame e avevo paura perchè era tutto buio: "NOnna, ho tanta fame".
"Fiòl, non ho niente da darti" e piangeva sempre più forte. Poi ho sentito che la nonna faceva fatica a respirare per la debolezza.
"Nonna, ho tanta fame" ma la nonna non mi ha risposto. Allora ho pensato che quella notte davvero dovevamo morire, perchè anche un vecchio del paese era morto di fame, e io ho visto quando i soldati tedeschi lo hanno portato giù per le scale vestito elegante, col cappello.
Allora ho pensato che  morire bisogna essere eleganti e che potevo dare il cappello del mio papà alla nonna che è buona "Nonna, stanotte moriremo di fame? Se è stanotte, prendilo tu il cappello elegante di mio papà". Mia nonna allora ha ricominciato a piangere e mi ha stretto forte.
Poi non ricordo più niente.
Ma il cappello di mio papà ce l'ho ancora e me lo tengo per quando dovrò morire.  


Ma non la sentite la disperazione di questa nonna? Ma non vi sentite dentro l'angoscia assoluta al solo pensiero che questo è stato? Davvero, così è stato. Ma cosa sentono i piccoli stomaci e cosa vedono i piccoli occhi è cosa a cui gli adulti pensano troppo, troppo, poco. 

E qui arriva la seconda parte di ciò che Scrivila, la guerra è, per come la vedo io. 
Il testo di questo albo è, sin dal titolo, molto esplicito, una autentica e inequivocabile 

dichiarazione di poetica.

La guerra bisogna scriverla perché altrimenti ti resta dentro! Chi l'ha scritta, nelle scritture private naturalmente, ne è uscito vivo, chi non l'ha saputo fare è morto anche se è sopravvissuto all'inferno, questo è il messaggio esplicito del libro. 
Ma questo, se ci pensiamo bene, è vero per ogni cosa! E uno scrittore non può non pensarla così, la scrittura: in maniera salvifica. 
Le bambine e i bambini vivono ogni singola minuscola esperienza con la potenza di una piccola guerra interiore, dargli l'arma della scrittura vuol dire dargli uno strumento, forse il migliore, per attraversare la guerra e uscirne vivi, qualunque essa sia. La penultima pagina, in cui il bambino arriva al presente della narrazione raccontando come il suo papà e la nonna hanno accolto la lettura di ciò che il bambino ha trascritto sul suo quaderno, è la gratificazione che accoglie l'atto della scrittura, il papà dice "Sei stato bravo fiòl a tirare fuori la guerra e a scriverla sul quaderno". La guerra è uscita e basta, adesso nel bambino resta il ricordo, certo, ma l'angoscia trova oggettivazione nelle parole come in nessun'altra cosa, le parole se ne fanno carico e alleggeriscono lo scrittore, piccolo o grande che sia.

Molti elementi contribuiscono a fare di quest'albo un prodotto importante che deve trovar posto tra le letture dei bambini: la lingua che immaginiamo di leggere in dialetto solo per il tocco di quel "fiòl" che vi allude, la narrazione bambina, il punto di vista eccentrico e ribassato di testo e immagini, l'inno al potere della scrittura.

Ancora una volta, la letteratura fa il proprio dovere, con semplicità, senza didatticismi, narra la vita fin nelle sue zone più buie.  

mercoledì 30 novembre 2016

Libri divertenti. Risate al gruppo di lettura "Libro peloso"

Dopo aver per oltre due anni sviscerato temi di ogni genere finalmente ci siamo dedicate al puro divertimento con un incontro sui libri divertenti che spesso vengono un po' "snobbati", forse, perchè....cerchiamo un libro "medicina", un libro che ci aiuti in qualche cosa di più o meno difficile, ad affrontare ogni sorta di problemi, non un libro che faccia ridere i bambini.

Qui però vanno fatte 3 precisazioni:

- la missione della letteratura non è curare una cosa nello specifico ma la vita in sè e per sè. Un vero viatico senza controindicazioni ma anche senza indicazioni terapeutiche precise.

- ogni libro di letteratura, se proprio vogliamo vederla da questo punto di vista, "dice" qualcosa, parla al bambino narrando mondi diversi e possibili, nutre lo spirito critico e guerriero che rugge dentro ogni piccolo essere umano.

-  far divertire i bambini, davvero, non è affatto semplice.

"secondo te, tutti i libri per bambini dovrebbero essere divertenti?" chiese la maestra.
"Certo. I bambini non sono seri come gli adulti, e ridono volentieri"
L'avete riconosciuto? E' nel primo dialogo tra Matilde e la signorina Dolcemiele in Matilde di Roald Dahl, non per niente un nome che più di qualunque altro ha fatto ridere generazioni di bambini.

Ma cos'è che scatena il divertimento in un libro per bambini, in un albo illustrato?
A mio modo di vedere, ditemi cosa ne pensate, gli elementi di fondo sono riconducibili a 4 tipologie di narrazione (caspita, stasera mi vengono gli elenchi...):

1)  storie con un tema esilarante di per sè: penso alle opere sulla cacca, ad esempio.

2) storie che riprendono in maniera mimetica e realisticamente impossibile i desideri e il punto di vista dei bambini.

3) Storie in cui l'ironia la fa da padrone, e qui il tipo di ironia cambia a seconda dell'età: per i piccolini, se non è ancora del tutto comprensibile l'ironia comunemente intesa basata sul rovesciamento del senso, funziona perfettamente l'ironia che gioca sul rovesciamento di un singolo elemento della narrazione.

4) l'inarrivabile nonsense.

Tanto per capirci vi faccio un esempio di libri che io faccio afferire alle 4 tipologie nominate:
1) Chi me l'ha fatta in testa di Worlf Erlbruch, L'incredibile storia di Lavinia di Bianca Pitzorno, o Le puzze dell'elefante di Pittau e Gervais.

2) Facciamo che di Marois e Dubois, Pippi Calzelunghe.

3) Quando il mio gatto era piccolo di Bachelet, Piccola di Stower. Il rinoceronte di Rita di Tony Ross.

4) Un mammut in frigorifero di Escoffier e Maudet, Alice nel paese delle meraviglie di Carrol.

Nel cercare di fare mente locale su albi e libi divertenti mi è capitato di notare che si tratta nella maggioranza dei casi di autori stranieri, spessissimo di tradizione anglosassone, francese o nordica. Senza tornare a scomodare la Lindgren ma i primi maestri del divertimento a misura d lettore bambino che mi vengono in mente sono:

Chris Haughton
Gilles Bachelet
Donaldson e Scheffler
Quentin Blake
Tony Ross
Olilver Jeffers

Come mai un'assenza tale nel panorama italiano? Innanzitutto non avendo svolto in proposito una ricerca approfondita sono ben lungi dal dire che in Italia non abbiamo autori che sanno far ridere, anzi, dico solo che la tendenza mi pare chiara e mi pare di riconoscerne le ragioni in due elementi (e dalle stasera con gli elenchi!, scusate oggi butta così): uno legato probabilmente alle logiche di mercato per cui vengono acquistati dall'estero solo alcuni titoli di alcuni autori ma non è detto, almeno io non ne sono affatto sicura, che nei loro Paesi non pubblichino anche libri "più impegnati" ma legati alla loro società e quotidianità che non avrebbero troppo senso in un'altra nazione (il che però mi fa pensare che se si comprano dall'estero titoli divertenti forse in Italiano non è che brulichino); il secondo mi pare più profondo e forse più interessante e riguarda la nostra cultura italiana cattolica in cui il didatticismo e la narrazione moraleggiante l'hanno fatta da padroni fino a non molto tempo fa ed hanno condizionato il nostro modo di scrivere letteratura.

Beh, com'è come non è mi fermo qui non questo mini racconto del nostro sabato al gruppo di lettura in cui, senza alcuna pretesa se non quella di star bene insieme occupandoci di libri, ci siamo interrogate su cosa faccia ridere e divertire i bambini e le bambine e prima di lasciarvi ai libri che abbiamo letto vi ricordo il prossimo appuntamento il gennaio alle 10.00 sempre a S. Margherita Venezie. Niente tema, si cambia rotta, cominciamo a fare incontri per autore dedicati all'analisi della poetica e il primo ospite del nostro gruppo di lettura rinnovato sarà: WORLF ERLBRUCH

- L'incredibile storia di Lavinia, Bianca Pitzorno, Emme edizioni.

- Facciamo che, Marois e Dubois, Orecchio acerbo.
- Cornabicorna, Babalibri

- Il giornalino di Gianburrasca, Vampa, Giunti. 

- Bianco e ugusto e il palloncino, Delafosse, Emme edizioni. 

- Lo strano animale del signor Racine, Tomi Ungerer, Nord Sud Edizioni.


Last but not least, quello che ci ha fatto davvero ridere a crepapelle.

- Zagazoo, Quentin Blake, Camelozampa.

lunedì 28 novembre 2016

"Zagazoo" di Quentin Blake

Buon lunedì! Oggi Adolfina de Marco che, come sapete, cura il mio lunedì di teste fiorite regalandomi un'inizio soft di settimana ci racconta un albo di cui sono curiosissima!



Zagazoo del grandissimo Quentin Blake, qui anche autore, edito da pochissimo da Camelozampa.

Quante volte è stato accompagnato il nome di Quentin Blake a quello di Roald Dahl? Tantissime perché il duo artistico aveva lo stesso impeto quando si trattava di rivolgersi al pubblico che più amavano, cioè quello infantile.
Quentin Blake, illustratore e scrittore inglese contemporaneo ha regalato una perla di saggezza ai piccoli lettori con il racconto Zagazoo edito dalla giovane e frizzante casa editrice veneta Camelozampa.


 Chi è Zagazoo? Sarà un animale, un essere umano o una creatura fantastica? Lo scopriamo sfogliando le pagine bianche del libro nel quale prendono vita due personaggi dall’aspetto comune, George e Bell, che brillano per felicità. Una coppia che sa condividere ogni momento della giornata ed essere complice negli interessi di entrambi, insomma una coppia perfetta. Quasi perfetta perché in realtà manca qualcosa nella loro vita, finché un giorno arriva un pacco che contiene un esserino rosa con un biglietto che dice: “Si chiama Zagazoo”. Sembrava che la creatura avesse moltiplicato la felicità della coppia ma un giorno Zagazoo si trasformò in un cucciolo di avvoltoio che strillava giorno e notte, poi in un elefante, poi in un facocero e in un drago e anche in un orribile essere peloso che cresceva a dismisura. Insomma la situazione era ormai esasperata e senza ritorno, secondo George e Bell e invece, all’improvviso Zagazoo si trasforma in un adorabile giovanotto dai modi educati e incontra Mirabell con la quale condivide molti interessi. La coppia felice decide di vivere assieme ma nel momento in cui entrano in casa per annunciare il lieto evento trovano George e Bell trasformati in due pellicani.

Il tono ironico di Blake, la sua capacità di strappare risate al lettore mettendogli in mano importanti rivelazioni è, come dire, il suo biglietto da visita unico e Blake, seduto allo stesso banco di scuola di Dahl, sa come catturare l’attenzione, infatti ogni trasformazione è preceduta da due lemmi che scandiscono  il tempo dell’attesa: ma poi…
Un testo filosofico, questo albo illustrato che si rivolge agli adulti per dire, tra le tante cose che sa dire, che le persone che più amiamo e sulle quali riponiamo altissime aspettative spesso si trasformano in modo tale da non riconoscerle più.
 Capita con i figli, soprattutto durante quella meravigliosa età che è l’adolescenza.
Capita anche a noi adulti di trasformarci agli occhi dei figli e non per questo non sanno riconoscerci o smettono di amarci.

Nell’ultima pagina Quentin ci dice… che la vita è proprio incredibile!

domenica 27 novembre 2016

"L'estate che conobbi il CHE"

Giorni e giorni e giorni che penso di scrivere questo post e poi succede quello che è successo ieri e...non posso più rimandare ormai.

Ieri, con la morta di Fidel Castro, una pagina di Storia del '900 si è definitivamente chiusa. Anche se da anni Castro non aveva più il governo diretto la sua morte indubbiamente segna la fine di un'epoca.

La rivoluzione cubana, per ciò che è stata, la lasciato dietro di sé miti piuttosto che storie. In parte ha forse anche tradito se stessa, nel tempo, ma l'essenza stessa dell'esperienza unica di Cuba merita e deve essere conosciuta dai ragazzi innanzitutto perché diano un senso a quella faccia che troppe volte si vede nei posti più impensati e il cui senso credo resti ai più sfuocato in un passato mitologico.

Il simbolo della rivoluzione è Ernesto Che Guevara, non Fidel, i motivi sono molteplici, non ultimo probabilmente l'esser morto giovane, l'aver incarnato per davvero l'ideale di chi combatte con gli ultimi e per gli ultimi in ogni parte del mondo senza nessun interesse diretto. Il Che non era di Cuba, ascolta le storie di Fidel e fa propri gli ideali di liberazione dei contadini cubani. e così succede per l'Africa, per la Bolivia. Il Che non fa il politico, fa il rivoluzionario a suo di istruzione. Tutto manca sulle montagne in cui i "barbudos" vivono e si rifugiano tranne la scuola e la medicina entrambi a carico del Che.

Perchè portarlo sulla maglietta o tatuato sul braccio?


Ci ha provato a raccontarlo Luigi Garlando con il suo L'estate che conobbi il Che edito da Rizzoli, quest'anno per la seconda volta tra i finalisti del premio Strega ragazzi.
Il romanzo racconta dell'esperienza di un teenager che scopre la storia del Che e della rivoluzione cubana, il pretesto narrativo è il tatuaggio del nonno.
Qual è l'elemento interessante del libro, molto ma molto ben costruito e narrato: l'ambientazione.
Garlando ha colto nel segno secondo me ambientando la narrazione all'interno di una famiglia di ricchi imprenditori, in fase di fallimento, della Brianza. Siamo in una casa ricchissima con piscine, parchi ecc., ci troviamo davanti ad un ragazzino straviziato il cui padre ha appena venduto ai cinesi il mobilificio di famiglia annunciando molti licenziamenti. Iniziano le barricate in fabbrica, sulle bandiere compare il Che, e negli stessi giorni il protagonista scopre che il nonno, fondatore della mega impresa, ha lo stesso personaggio tatuato sulla spalla.
Cosa hanno in comune i lavoratori in lotta e un anziano imprenditore brianzolo?
Direi assolutamente nulla se non....il Che.
la potenza del mito sta nel suo essere trasversale. Ormai il riferimento al Guevara non ammette più differenze di ceto, spero tuttavia continui ad avere quelle di orientamento politico. Chi tiene per il Che deve essere di sinistra perchè è l'ideale comunista che si impersonifica nel personaggio.
Il nonno racconta al nipote, dall'ospedale in cui è stato ricoverato a seguito di un grave attacco cardiaco, chi fu Ernesto Che Guevara, l'uomo che riusciva a sentire gli schiaffi sulle guance degli altri. Molto belli i passi in cui la suora che si prende cura del nonno interviene nel contrapporre Gesù agli ideali da "terrorista" del nonno. Per quanti oggi giorno le due figure a volte si sovrappongono, si confondono, dopo tutto tra il porgere l'altra guancia e il sentire gli schiaffi su quelle degli altri il passo non sembra distante. Eppure in mezzo c'è la politica e la storia. la rivoluzione cubana, il Che nasce dal senso di giustizia terrena, non misericordia ma legge, giustizia, valori civili.

Questo basta a fare la rivoluzione.
Questa è la vera rivoluzione.
   
Il lettore scopre insieme al protagonista giorno per giorno cosa la rivoluzione è stata ma soprattutto cosa vuol dire essere rivoluzionari e come ognuno per proprio piccolo abbia sempre la possibilità di esserlo. Il segreto è sempre lo stesso: sentire come propri i suprusi degli altri e combatterli a colpi di istruzione.

La Storia del '900 si intreccia con la storia personale di questa famiglia di imprenditori sull'orlo del fallimento, la svolta arriva, in entrambe. Ma come fa uno col padre col Che tatuato sul braccio a licenziare i suoi dipendenti! Non lo farà, infatti, la rivoluzione, per quanto ridotta, deve andare avanti e trovare sbocco positivo altrimenti il lettore che cosa ne deve ricavare!
Ma ogni rivoluzione ha un prezzo. Il racconto lo paga, il protagonista anche, non ve lo anticipo ma è importante che ci sia a chiudere una narrazione ben costruita che mai scade nella banalità dietro l'angolo.


venerdì 25 novembre 2016

"Un grande giorno di niente" ultimo albo di Beatrice Alemagna

La mia domanda è molto semplice: quando si arriva a scrivere, a illustrare, o comunque a "fare" opere di un certo valore estetico, poi come si va avanti fedeli a quel risultato?
Italo Calvino, si vede che sono proprio figlia di studi calviniani, per una vita intera ha teorizzato la difficoltà di scrivere un libro dopo l'altro, di riconoscersi e farsi riconoscere ogni volta.
Il dubbio di tradire il lettore e di tradirsi deve essere forte. Almeno per qualcuno.

Non so come la viva Beatrice Alemagna, ogni suo albo è attesissimo, ognuno è un po' più in là dell'altro, ciascuno ribadisce nella variato un grande percorso coerente e fedele a se stesso.

Tutto questo per dirvi che degli autori a cui voglio bene, perché a un certo punto ad alcuni autori (non creature fisiche, reali) si arriva a voler bene, a volte ho paura di leggere l'ultima opera... E se non fosse all'altezza...del mio affetto?

Sono andata troppo in là e rientro: l'affetto qui non c'entra, quello che c'entra è il volersi sentire confermati in uno sbilanciamento critico.
Tranquilli.



Un grande giorno di niente, l'ultimo albo di Beatrice Alemagna appena edito da Topipittori, è un libro potente.

Potente e liberatorio, come e in maniera diversa era strato il Meraviglioso cicciapelliccia

Accosto i due albi al volo perché mi pare che nell'impostazione narrativa e grafica siano molto simili, si richiamino dai colori accesissimi dei risguardi, alla modalità di costruzione del scelta del personaggio, alla sequenza narrativa delle tavole a...

Ma della serendipity di Eddi al protagonista di Un grande giorno di niente è rimasto poco, la fiducia nell'esistente non è lì a soccorrerlo, a priori, credo quell'età sia ormai passata per lui, e la storia ci fa intuire che forse è passata anche in maniera traumatica. La fiducia nell'esistente va ritrovata, ricercata, con un doloroso, nel senso anche fisico del termine, rovesciamento di prospettiva.


La narrazione si apre con una pioggia a capofitto, sfido chiunque a essere di buon umore. La solita casa delle vacanze, la solita pioggia, la solita mamma che lavora al computer, ma qualcosa di insolito la subodoriamo, il testo l'accenna quasi per caso: manca il padre (p.s. anche nel ciccia pelliccia mancano figure paterne). Chissà da quanto e perché manca questo papà che invece di mostrare al figlio le meraviglie del mondo permette indirettamente che si anneghi in un videogioco di marziani!
Dalla rivolta un po' debole della mamma scatta l'opportunità dell'avventura: il bambino esce, indossa la mantella col cappuccio color arancio fosforescente e va, alla ricerca, si suppone di un luogo in cui giocare col videogioco dove nessuno badi ai suoi marziani.

Seguiamo la mantellina nel bosco, squarci di luce seguono il bambino e illuminano la narrazione come in una nascita salvifica: il raggio lo colpisce quando saltando perde in acqua il gioco, quando il bambino si fa albero perso nella tempesta, quando le lumache gli preannunciano la rinascita e i funghi e l'odore di sottobosco gli risvegliano la memoria dei sensi.


Ancora poco ed è fatta. Le mani nella terra, là dove i marzianini che uscivano dal videogioco sono diventati parti del Tutto ed hanno sostituito i capelli alle antenne, sembrano radici in cerca di se stesse.
Luce, acqua e terra fanno la rivoluzione, il bambino corre e cade, rotola giù così tanto che dopo il mondo gli appare sottosopra, lui vicino all'arcobaleno e gli alberi sopra. Ogni rinascita prevede una rivoluzione.

dal blog di Topipittori

Adesso la vita irrompe, aria, odori, parole, acqua che disseta e non infradicia, sassolini con la memoria del mondo, risvegliano l'inedia del protagonista che qui, guarda caso, come in ogni disvelamento che si rispetti, non ha più il cappuccio. Finalmente ha ritrovato se stesso. Se stesso e nessun altro. Là dove il padre non c'è più a mostrargli le meraviglie del mondo esterno arrivano i sensi a risvegliare il figlio perché assolva a questo compito da solo.
Adesso tutto torna: il papà nello specchio che sorride, la mamma con cui condividere un silenzio complice e saturo di cose mai dette che sembrano sciogliersi nel fumo della cioccolata calda.
Un magico incredibile giorno di niente.

Un elogio della noia è stato detto, certo, anche, e poi?

Sul blog di Topipittori non perdetevi l'intervista e alcune tavole di lavoro dell'Alemagna!

mercoledì 23 novembre 2016

"Cavalcavia" di Gek Tessaro

Ma quanta rabbia sublimata ci vuole per arrivare a costruire un albo come questo?!

Vi avviso: questo non è un post politicamente corretto, come non lo è questo albo, prendo posizione e me ne assumo sempre la responsabilità, questo è un post contro i toni violenti di questi giorni, contro le violenze che esseri umani subiscono in tante parti del mondo, nella nostra civilissima Italia compresa.
Questo è un post partigiano nel senso che prende parte e la difende. Non so se leggo e interpreto correttamente il pensiero di Gek Tessaro, autore straordinario di questo albo importante, ma questo è un albo che dice tante cose a cui vorrei solo fare da cassa di risonanza e farle in toto mie.

Cavalcavia di Gek Tessaro, edito da Carthusia, è una sfilata di cavalieri a cavallo, vanno alternatamente a destra e a sinistra, tutti, tutti, vanno a fare la guerra, o meglio, vanno a commettere atti di violenza. 

Cavalieri, stili e testi attraversano per intero la nostra Storia, vi ritroverete concetti - come i muri, i campi di concentramento - vi troverete chi combatte per la propria terra dopo la pace ma comunque combatte, chi pesa con la coscienza più che con la pancia sul suo povero cavallo. 



Ad ogni cavaliere uno stile di illustrazione diverso che richiama i contenuti che il testo porta, non stenterete a riconoscere Gurnica di Picasso, i motivi tribali africani o quelli indiani, l'aria medievale ecc. Tutti insieme i cavalieri vanno, l'uno contro l'altro, contro l'essere umano, contro il buon senso e l'umanità, nella direzione chiara e netta della follia.

Nei giorni delle elezioni di Trump, nei giorni in cui ci tocca di sentir faziosamente accostati Partigiani e salviniani, qual è il rimedio per il futuro?
Per Tessaro mi pare chiaro: il sistema è parlare ai bambini, spingerli a cavalcare il più lontano possibile dall'idiozia, scanzonati, sorridenti, con una cavallo finalmente felice e non complice, leggeri.

Al centro esatto del libro, dopo le prime 7 tavole e prima delle altre 7 di guerrieri (l'8 è la via d'uscita, la cavalcatavia) una doppia pagina nera dà forma e colore al buio in cui tutti i cavalieri di ogni epoca hanno precipitato l'umanità:

Alto su cavallo, creatura di leggenda, imperioso gigante, eroe dilatato, enorme e invincibile, conquistatore smisurato, aspro e severo. Tutta la forza di una tempesta nella figura di un uomo grande.

E l'uomo diventa piccolissimo, perso nel buio della oppia pagina.


Cloppete cloppete cloppete e si riprende, la storia si ripete, 

Chiamatemi muro, ma anche fossato profondo, filo spinato, fortezza o campo di concentramento. Se un'insensata ostinazione vi riuscisse di passare, allora chiamatemi spada, chiamatemi castigo.


Mi dà fastidio la tua musica, la forma del tuo naso, le tue scarpe e il tuo modo di pregare, quello che leggi e il tuo odore, ma più di tutto mi dà fastidio che non provi come me lo stesso fastidio. 


Eppure certa gente dorme serena, ma come fa?

Vedo solo quello che voglio vedere,
e così la notte riesco a dormire tranquillo.


A ecco!! 

Dall'altra parte.
Dall'altra parte di quel baratro spaventoso di differenze che ci separa riconosco la medesima determinazione, l'identica indispensabile assenza di pensiero.



Guernica, Picasso

In nome di Dio, in nome della Patria, in nome di mio padre, di mia sorella, in nome del mio spremiagrumi giallo.
 E noi?

E tu?

Cavalca via.
Cavalca via da tutto questo, cavalca via da questa logica desolante.
Cavalcavia
Cavallo e cavalieri insieme in una sola parola unica che dà la direzione e l'obiettivo: il rifiuto di una logica desolante.
Uno scongiuro contro il nazismo futuro, come l'ha chiamato Tognolini in Rime di rabbia,  firmato da Gek Tessaro, autore che mi piace moltissimo, sempre impegnato e che qui a costo di una poetica decisamente esplicita dice chiaramente la sua.

Esprimo un desiderio: vorrei che un giorno i miei figli o i figli dei miei figli possano trovare questo albo datato, testimone di logiche desolanti passate e sentite come lontane.

Grazie.